Pietro Santi

Sono Pietro Santi, ma gli amici mi chiamavano “Faccione”!

Sono nato a Terranova dei Passerini il 25 marzo 1911, ma poi con la mia famiglia ci siamo trasferiti a Lodi, e abitavo in via Vistarini.

Facevo il meccanico alla Polenghi Lombardo e sono riuscito a sposare l’amore della mia vita, Anna Tiveron, che scappò a Lodi da Treviso per amore: era tosta, ma poi capirai…

Mi piaceva molto la mia vita: stavo costruendo la mia famiglia, lavoravo, giocavo a calcio, ero forte anche a carte e mi piaceva un sacco scattare fotografie.

Nel 1939 era nato il mio primo figlio, Mario, e quando sono partito Anna era incinta del nostro secondo figlio: secondo te volevo andare in guerra?

Allo scoppio della guerra mi arruolarono nel 64° Fanteria Cagliari e il 17 marzo 1941 da Brindisi mi hanno prima mandato in Albania e poi sono andato in Grecia.

Nel 1941 sono tornato a casa e ho conosciuto il mio secondo figlio: Gianni!

Lo ammetto… volevo disertare e stare con loro, ma il mio papà Michele sarebbe stato arrestato dal regime e, mio malincuore, sono tornato al fronte.

In Grecia eravamo amici della popolazione, altro che “esercito d’invasione”. Infatti all’armistizio tanti di noi si arruolarono nei partigiani greci; noi all’armistizio combattemmo contro i tedeschi, ma non avevamo rifornimenti, eravamo in inferiorità numerica… ci catturarono quasi tutti.

Da lì iniziò il mio calvario: mi spedirono su un carro bestiame in Polonia e successivamente in un paesino in Germania.

Noi internati non eravamo prigionieri di guerra, quindi i tedeschi ci davano troppo poco da mangiare per essere in forze e troppo per non morire di stenti… Mia sorellina Mina mi prendeva in giro, diceva in giro: “el gheva semper fam, l’era gros!!!”.

Potevo in qualsiasi momento dire: “Io aderisco alla Repubblica di Salò” e mi sarei salvato, ma che esempio davo ai miei figli?

Voleva dire rinnegare i miei valori, la mia famiglia… dovevo resistere…

Il 20 febbraio 1944 eravamo tutti in fila per “la conta”. Ero ammalato, ma ancor di più ero affamato.

Ho visto delle bucce di patate in terra e mi sono letteralmente tuffato per mangiarle; ho sentito un colpo alla testa e poi più niente…

Una guardia mi aveva colpito con il calcio del fucile e non permetteva a nessuno di soccorrermi: mi hanno lasciato morire così, nella neve di Moers, ucciso a 32 anni da una guardia italiana che aveva aderito alla RSI.

Dopo la mia morte la mia Anna andò a Roma più volte a pretendere il rientro della mia salma — te l’ho detto che era tosta! — e i miei compagni di prigionia avevano segnato e indicato dove mi avevano seppellito a Moers.

E fece appena in tempo: la Repubblica Italiana a breve vietò il rientro di noi IMI dalla Germania.

Ora sono con lei al Cimitero Maggiore di Lodi e il mio nome in questa piazza è una di quelle cose speciali della mia storia. Vuol dire che tu che leggi sei libero, e sappi che io resistevo a tutto anche per te, per i tuoi sogni che devi inseguire, per la tua felicità.

Noi IMI l’abbiamo fatto per voi, e se un giorno sarai triste e non ti sentirai importante, sorridi leggendo la mia pietra: tu per me sei speciale, tu per me sei importante.